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lunedì 24 gennaio 2011

Corso di Formazione politica "150 Anni dopo, l'Italia:Istituzioni e Politica"

5/12/19/26 Febbraio 2011
Auditorium Consiglio Regionale Lombardia
Milano, via F. Filzi 29 (ingresso via Galvani 10)

Programma:

Primo incontro - sabato 5 febbraio

09.30/13.00 Italia oggi: Costituzione, società e valori
Introduzione al corso: Luca GAFFURI

coffee break

Costituzione e unità nazionale : Valerio ONIDA

Uomini e donne. Cittadini e stranieri. Diritti per tutti : Bianca BECCALLI

Costituzione e cultura democratica: valori condivisi o fratture politiche? : Luciano FASANO

Secondo incontro - sabato 12 febbraio

09.30/13.00 Perché l'Italia: un'idea,una nazione,uno Stato, una Costituzione : Gianfranco PASQUINO

coffee break

Memorie e storie d'Italia : Walter BARBERIS

Terzo incontro - sabato 19 febbraio

09.30/13.00 Perché è preferibile il modello di governo parlamentare : Gianfranco PASQUINO

coffee break

A seguire lavoro di gruppo con Luciano FASANO

Quarto incontro - sabato 26 febbraio

09.30/13.00 Perché conoscere le leggi elettorali dei più importanti paesi europei : Gianfranco PASQUINO

coffee break

L'unità d'Italia: tra bilanci e prospettive : Aldo SCHIAVONE

pausa buffet

15.00/18.00 Tavola rotonda: “Il federalismo come riarticolazione dei poteri locali per rinnovare l'unità d'Italia in chiave europea
Partecipano
Marco CAUSI, Giancarlo GIORGETTI, Maurizio MARTINA, Luciano PIZZETTI, Raffaello VIGNALI


Chiusura del corso con Annamaria PARENTE

AL TERMINE CONSEGNA ATTESTATI

PER ISCRIZIONI compilare la scheda e inviarla a 150@pdlombardia.it
Il corso è aperto a un numero massimo di 100 persone.
Le iscrizioni verranno accolte in ordine di arrivo e sino ad esaurimento dei posti.
Costo dell'intero corso €50; per under 30 € 30 - per under 23 € 20


sabato 22 gennaio 2011

Presidente, liberi l'Italia da questo imbarazzo

Le donne della segreteria del PD lanciano una mobilitazione nazionale, per chiedere il rispetto della dignità delle donne.

Le ultime vicende interessano il Presidente del Consiglio sono l'ennesima dimostrazione della totale mancanza di rispetto per le donne in Italia.
Le donne della segreteria del PD lanciano, a partire da oggi, una mobilitazione, con una raccolta di firme in tutto il paese, per chiedere il rispetto della dignità delle donne, calpestata, ancora una volta, da Berlusconi.
È in gioco la dignità del Paese e di tutte le donne.

Ecco il testo della lettera aperta che le donne della Segreteria del Pd hanno scritto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Presidente,
ora basta. Si dimetta adesso. Liberi l’Italia dall’imbarazzo.
Lo spettacolo indecoroso che sta offrendo al mondo intero non è degno di un Paese civile.
Ciò a cui stiamo assistendo supera ogni limite, in un decadimento dei costumi e della morale pubblica, a cui pure ci aveva tristemente abituato, che oggi precipita all’estremo della prostituzione minorile.
E’ intollerabile che i suoi comportamenti la espongano all’accusa di essere il diretto protagonista ed impresario del set degradante che ci ha già propinato in decenni di trash televisivo.

Ed altrettanto intollerabile è che proprio lei, che a parole sbandiera il primato del merito e della famiglia, nei fatti cerchi solo un patetico acquisto di favori sessuali, riducendo le donne a merce e oggetto di scambio.

Le donne di questo Paese sono altro: sono talento, lavoro, impegno, fatica, bellezza, cuore, passione, dignità e serietà.
In nome della nostra dignità e serietà, esigiamo rispetto.

Ora basta. Si dimetta. Liberi l’Italia da questo imbarazzo.
Partito Democratico Varese
Roberta Agostini, Stella Bianchi, Cecilia Carmassi, Annamaria Parente, Francesca Puglisi

PROSSIMA FERMATA NORD: Ascoltare la città, cambiare la politica

PROSSIMA FERMATA NORD: Ascoltare la città, cambiare la politica SABATO 22 GENNAIO 2011 A PARTIRE DALLE ORE 14.30



Dove.
Al teatro Santuccio in via Sacco a Varese. La location ha un suo significato. Anzitutto esprimere l’intenzione di porsi come alternativa all’amministrazione leghista che ha sede a Palazzo Estense, sull’altro lato della strada. Vogliamo rappresentare simbolicamente anche l’ambizione del centrosinistra di competere per vincere le elezioni amministrative.
La conformazione della sala che ricordando quella di un teatro antico, vuole richiamare ad una moderna agorà dove tutti i cittadini si sentono in modo responsabile e partecipato chiamati in in causa e si confrontano e condividono idee e tematiche.
Quando.
Sabato 22 Gennaio 2011 a partire dalle ore 14.30 fino alle ore 18. 00
Come primo passo di un percorso che proseguirà anche nei prossimi mesi fino alle elezioni amministrative.
Perché.
Per offrire alla città di Varese un’alternativa alla fallimentare amministrazione di centro-destra, 18 anni di inefficienza, sprechi e grandi annunci traditi.
Per offrire al Pd e al centrosinistra un metodo di lavoro aperto e innovativo, per costruire tutti assieme un programma di idee e contenuti e per consentire la partecipazione di tutte le forze di opposizione che condividono un disegno per il futuro della città: è il Coordinamento per l’alternativa, in cui partecipano non solo i partiti di centrosinistra, ma anche e soprattutto associazioni, professioni  e semplici cittadini.
Come.
Ogni partecipante sarà chiamato a presentare una proposta o un’esperienza che in cinque minuti (non di più!) racconti la propria idea di città e di nord. Quindi i Protagonisti saranno soprattutto i cittadini.
La politica ascolterà, per una volta. Lo schema sarà quello già provato con successo alla stazione Leopolda di Firenze: cinque minuti a testa, intervallati da video a sorpresa
Il risultato finale dovrà essere un documento, La Prossima Varese, una sorta di carta delle priorità e dei valori condivisi da presentare al Pd e al centrosinistra in vista delle prossime elezioni amministrative.
Chi.
Tutti possono raccontare la loro “parola” inviando una sintesi del loro intervento alla mail prossimafermatavarese@gmail.com oppure chiedendo di intervenire il giorno stesso dell’assemblea.
Alcuni degli interventi previsti: Luisa Troncia e Giulio Rossini di ARCI Varese, Marco Alfieri, giornalista de La Stampa e autore di Nord terra ostile, perché la sinistra non vince, Daniele Bandi, CGIL, Yapo Yapi, CISL, Loris Mazzetti, autore di Vieni via con me, Giuseppe Adamoli, autore del libro “Il cuore e la regione”, Alessandro Alfieri, consigliere regionale PD, Ilda Curti, Assessore all’integrazione Comune di Torino, Dino De Simone, Lega Ambiente, Serena Nardi, Pres. associazione teatrale Giorni dispari, Giacomo Buonanno, consigliere comunale di Lonate Pozzolo, Livio Frigoli. ex sindaco di Castellanza, Samuele Astuti, candidato sindaco di Malnate. Parteciperà all’iniziativa anche il consigliere regionale Pippo Civati.
Vogliamo che il 22 gennaio 2011, grazie a Prossima Fermata Nord, diventi la giornata in cui la politica farà un passo indietro, per ascoltare la città e divenendo così promotrice di cambiamento.

Prossima fermata Varese
Natalino Bianchi
Stefano Catone
Andrea Civati
Simone De Clementi
Giovanni Macchi
Mauro Sarzi
Pietro Resteghini

PD Informa

Cari democratici e democratiche,

parole chiare, quelle di Pierluigi Bersani sul “caso Ruby”: Berlusconi deve togliere dall’imbarazzo il Paese andando a difendersi davanti ai giudici da dimissionario, “e non c’è neanche bisogno di spiegare il perché”.
Parole chiare anche quelle del Segretario regionale e del Capogruppo in Consiglio regionale, che hanno chiesto al Presidente Formigoni di relazionare sui candidati che ha scelto nel proprio Listino e che oggi sono oggetto di accuse pesantissime. Abbiamo il dovere di dire tutto questo, e soffermarcisi non è una svista davanti ai gravissimi problemi del Paese: crediamo che una buona parte delle difficoltà dell’Italia derivino proprio dalla faciloneria con cui troppo a lungo ha agito il Governo, in tutti i campi.

Ma i nodi fondamentali non li perdiamo di vista: ci attendono due appuntamenti importanti cui tutti i Circoli sono invitati a cominciare da sabato 22 gennaio, quando terremo a Desio (ore 15, sala Sandro Pertini Piazza don Giussani ang. Via Gramsci) l’incontro “Prima di tutto Legalità, la lotta alla criminalità organizzata in Lombardia: azioni impegni, proposte”, perché il tema della giustizia e della sicurezza non può essere sottaciuto nella nostra Regione, soprattutto davanti alla conclamata infiltrazione mafiosa che - e non da ieri - coinvolge pesantemente la Lombardia.
Su questo punto abbiamo proprio oggi presentato la campagna del PD lombardo proprio contro le mafie, perché il nostro impegno deve essere rivolto a isolare i comportamenti criminali promuovendo la legalità a cominciare dalla pubblica amministrazione: coinvolgere gli Enti Locali facendo proposte concrete, come ad esempio l’istituzione dell’anagrafe pubblica degli eletti e l’attivazione di impegni nuovi e concreti contro l’usura. Basta a quella tassa sull’onestà che si chiama Mafia.

Il secondo appuntamento importante lo terremo domenica 23 gennaio, a Monza, con l’Assemblea regionale preparatoria all’Assemblea nazionale di Napoli del 28 gennaio. I lavori (Monza, Urban Center di via Turati 6, ore 9-13) saranno chiusi da Rosi Bindi e verteranno su gruppi di approfondimento secondo lo schema che già produsse risultati significativi nello scorso autunno. Discuteremo di temi importanti, dal Lavoro alla Sanità, dalla Sicurezza alla Riforma della Pubblica Amministrazione. E anche qui è importante che i Circoli ci siano e partecipino, perché è dalle nostre basi che parte l’azione politica del Partito Democratico. Vi aspettiamo.

Con amicizia,

Maurizio Martina
Segretario regionale PD lombardo

Roberto Rampi
Responsabile Organizzazione PD Lombardo

Qualsiasi alternativa è meglio di così

Tratto da: www.ilriformista.it del 18 gennaio 2011


"Tutto è meglio di questa lenta consunzione della nostra vita civile: un altro governo, un altro leader della destra. Altrimenti decidano gli italiani  
L'ultimo spettacolo è il peggiore...."


Tutto è meglio di questa lenta consunzione della nostra vita civile: un altro governo, un altro leader della destra. Altrimenti decidano gli italiani L'ultimo spettacolo è il peggiore. L’Italia meritava altro, persino il berlusconismo meritava un tramonto meno avvilente. Non è stata una dittatura, finirà come una dittatura. Non lo è stata perché c’era un’opposizione che ha vinto e sprecato la vittoria due volte, perché gli altri poteri dello Stato sono rimasti in piedi, perché il governo è stato conquistato con il voto. Finirà come una dittatura perché l’identificazione del potere con le avventure indecenti di un uomo privo di decoro sta avvolgendo in modo soffocante la vita civile del paese.
Non serve retorica per descrivere la condizione in cui stiamo precipitando. Sappiamo solo che così non può più continuare.
Sarà la magistratura a stabilire se quel che vien fuori dall’inchiesta merita una sanzione penale. L’opinione pubblica non può invece rinunciare a giudicare quel che ha saputo. Giustamente il Quirinale parla di un «paese turbato» e il giornale dei vescovi, L’Avvenire, dà voce al disagio del mondo cattolico. La linea difensiva dei sostenitori del premier appare simile a quella degli ultimi cantori di un regime. C’è la chiamata a raccolta contro il nemico interno, l’appello alla disubbidienza verso altri organi dello Stato, la disinvoltura morale che veste di legittimità comportamenti che ciascuno considererebbe censurabili per un normale cittadino. Neppure loro, che dicono di difendere il premier, hanno indulgenza verso il degrado che sta emergendo. Parlano di  spie, di escort, di festini come fossero il cuore della vita nazionale e chiedono agli italiani incollati davanti alla tv di testimoniare la loro solidarietà per le manie di un miliardario che ha perso il senso del limite. Un sovversivismo da parvenu anima questi facinorosi della maggioranza silenziosa.
Il dramma del Pdl, in questa ultima agonizzante versione, è l’inesistenza di uno spirito repubblicano nelle sue file. Non c’è nessuna voce che si levi a censurare l’immagine agghiacciante di un uomo malato esposto alle offese di un gruppo di escort, ai traffici in denaro dei suoi falsi amici, alla solidarietà di chi ha ancora bisogno di lui. Aveva ragione Veronica Lario, non ha amici, non ha gente che gli vuole bene. Lui chiuso nella sua torre d’avorio sogna l’impero perenne e quegli altri lo osannano spaventati dal futuro senza di lui e da quel nulla in cui ritorneranno. Quando si ascoltano i difensori d’ufficio del premier impaurisce la quantità di bugie che vengono offerte al dibattito pubblico sullo stato della democrazia nel paese pur di salvare il loro protetto-protettore. Offendono l’Italia per salvare il “vecchio porco” dallo “sputtanamento”. Anche il linguaggio che usano è in sintonia con il racconto dei verbali piuttosto che con il dramma politico in cui siamo precipitati.
Abbiamo pensato per anni di avere di fronte un avversario spigoloso, capace di far sognare milioni di italiani e ci siamo interrogati e divisi sul modo di contrastarlo fra chi privilegiava la via politica e chi sceglieva il messaggio etico-morale. Berlusconi e il berlusconismo sembravano avere una loro grandezza, qualcosa che avrebbe segnato comunque il nostro tempo. Quella che appare in queste ore è invece l’immagine di un leader concentrato sulle sue manie, circondato da gente di avventura, sostenuto da un personale politico terrorizzato dall’idea che stia suonando la campanella dell’ultimo giro. Le sue parole e quelle dei suoi sostenitori sono persino più gravi di quel che emerge dall’inchiesta milanese. C’è la rivendicazione di uno stile di vita da basso impero in una stagione in cui la grande maggioranza della popolazione sta male, e c’è l’appello a una sorta di rivolta civile contro lo Stato. L’Italia sembra precipitata indietro di secoli. Nell’anniversario del 150° dell’Unità sembra pretendere la prima scena una nuova corte borbonica che chiama alla rivolta quelli che stanno peggio e mobilita la gente di mano per rivendicare una legittimità perduta. La storia valuterà l’avventura  politica di Berlusconi, ma non potrà fare a meno di prendere atto che la sua caduta assomiglia a un cinepanettone. Di Ruby e delle altre poco ci importa, così come di Lele Mora e di Emilio Fede. Non è di loro che vogliamo parlare. Il rischio che corriamo come comunità civile è quello di lasciar refluire queste acque fetide sul letto del fiume della storia nazionale. La resistenza di Berlusconi e dei berlusconiani a prendere atto che la situazione è insostenibile può travolgere il paese.
Così non si può andare avanti. È il momento di decisioni che influiranno sul nostro avvenire. Ci rivolgiamo a quel mondo di destra che ha creduto nel premier e nelle sue “riforme liberali” perché confronti le promesse con la realtà, a chi ha pensato che la vita esagerata di un leader fosse il prezzo giusto per rompere le regole della vecchia politica. Quella che vediamo è la politica più vecchia del mondo, un episodio dei tanti della storia della degenerazione di un potere che non vuole controlli e modifica in modo avvilente lo spirito pubblico. Tutto è meglio di questa lenta consunzione della nostra vita civile. Se c’è qualcuno del vecchio mondo berlusconiano che non ha ancora smarrito il senso dello Stato, è il momento che si faccia avanti. In gioco non è il tradimento di una lealtà politica ma il venir meno di un ruolo dirigente. Chi ha creduto nella destra berlusconiana può provare a proporre le proprie idee in un quadro politico depurato da questa consorteria che riesce persino difficile definire. È giusto che le opposizioni si rivolgano a quanti nel Pdl avvertono l’urgenza del momento ma è altrettanto necessario che non restino prigioniere di una risposta reticente. Le opposizioni devono trovare la forza di unirsi per reagire a questo avvilente spettacolo. Trovino l’accordo su una personalità al di sopra delle parti, di alto profilo politico e morale e chiedano il voto anticipato per mettere fine a questo scempio. Non si può più attendere. Il mito dell’invincibilità di Berlusconi è l’ultima bandiera che sarà sventolata in queste settimane. Molti leader politici temono che il precipitare della situazione verso lo scioglimento anticipato delle Camere e verso una lunga e durissima battaglia elettorale possa nuocere al paese. Preoccupazioni legittime che non tengono conto che l’unica cosa che fa davvero male all’Italia è il protrarsi di una crisi dai contorni oscuri. Se c’è un altro governo in grado di sostituire quello di Berlusconi ben venga. Se c’è un leader della destra che vuole partecipare allo sforzo di trarre l’Italia fuori da questo pantano colga il momento. Altrimenti decidano gli italiani.
Peppino Caldarola

Aiuto, i giovani sono «scomparsi»...

Tratto da: "Avvenire" del 20 gennaio 2011

"Non può non colpire il contrasto tra il giovanilismo postsessantottino, modello sociale che tenne il campo a lungo nella pubblicistica e nell’opinione pubblica, e la sparizione odierna della figura giovanile dall’immaginario sociale oppure il suo apparire solo come fonte di preoccupazione o icona ludica della moda, dello spettacolo, dell’intrattenimento: il giovane o è disoccupato, disadattato, drogato o è velina o giù di lì...."
PROVOCAZIONE
Aiuto, i giovani sono «scomparsi»...

Non può non colpire il contrasto tra il giovanilismo postsessantottino, modello sociale che tenne il campo a lungo nella pubblicistica e nell’opinione pubblica, e la sparizione odierna della figura giovanile dall’immaginario sociale oppure il suo apparire solo come fonte di preoccupazione o icona ludica della moda, dello spettacolo, dell’intrattenimento: il giovane o è disoccupato, disadattato, drogato o è velina o giù di lì.

È evidente che tra i due momenti vi è la simmetria di un comune imbarazzo nei confronti della condizione giovanile e del suo posto nel contesto storico-sociale nazionale: allora si trattava di metabolizzare la grande paura della contestazione "idolatrando" la figura giovanile, oggi si cerca di esorcizzarla incastonandola in categorie sociali marginali o laterali. In un caso e nell’altro, la condizione giovanile è avvertita molto più come
problema o divagazione che non come risorsa.

Ovviamente, per chi non ha perso del tutto il contatto con la realtà – cioè per chi ha un contatto che non sia completamente filtrato dai sistemi della disinformazione nazionale – le cose non stanno così. Il mondo giovanile presenta una gamma amplissima di situazioni e di tipologie umane e culturali, in cui la negatività è più grave e endemica e in cui la positività costruttiva, la buona volontà, l’ingegnosità, la generosità, la capacità aggregativa sono molto superiori e diffuse, rispetto a quanto rappresentato. 

D’altra parte, è anche vero che il ceto giovanile oggi stenta a trovare le sue forme di autorappresentazione e di
comunicazione e quando prende iniziativa pubblica collettiva si segnala per lo più con gesti di esasperata reazione o di opposizione inconcludente.

Il problema è dunque l’assenza complessiva del giovane dalla scena pubblica, come protagonista, come modello, come interrogativo: è come se non si sapesse che posto dare al ceto giovanile nel contesto della vita e della storia nazionale, ed è anche come se i giovani non sapessero neppure loro che posto riconoscersi di diritto e costruirsi di fatto.

Le analisi psico-socio-economiche, a questo punto, possono dire moltissime cose, evidenziando i tanti aspetti del problema e chiarendo cause e condizioni. Ci possono far capire, ad esempio, quali scelte hanno condotto la politica del Paese a garantire le posizioni acquisite nel passato contro le risorse del futuro; oppure quale sia  il fondamento della diffusa sensazione giovanile di non essere oggetto di cura e di investimento da parte della Nazione che pur li ha generati, eccetera. Insomma, possono spiegarci ciò che ha condotto in una situazione in cui è diventato oscuro se e quale eredità avranno in sorte le giovani generazioni.

Ma per comprendere il punto cui siamo arrivati abbiamo bisogno di mettere in risalto le categorie antropologiche – nascita, generazione, cura, eredità –, di cui abbiamo fatto uso. Perché sono esse la vera  posta in gioco; meglio, dicono tutto ciò da cui si è preteso (e si continua a pretendere) di prescindere nel gestire la vita comune e le grandi questioni sociali. In un’implicita continuità con una sindrome ideologica antiautoritaria, antipaterna, antifamiliare, eccetera, si fa della questione giovanile una questione solo di cronologia, piuttosto che di genesi. Come si parlava negli anni ’60 dello scontro tra generazioni, si parla oggi della loro estraneità; ma continuando a non soppesare il termine "generazione", che prima di indicare quelli che sopravvengono, significa l’azione con cui la vita re-inizia e continua. Con profonda intuizione Hanna Arendt vedeva in ogni autentico agire umano una "nascita" e un "inizio"; come a dire che il nascere/prendere inizio è il senso dell’essere-in-azione dell’uomo e del suo stesso vivere.

È qui che tocchiamo il punto nevralgico di tutta la questione, che ha al suo centro una visione antropologica dei cui limiti non smettiamo ancora di pagare il prezzo e per la cui revisione non sembriamo ancora davvero disponibili. La questione giovanile, infatti, è la spia non solo di scelte socio-economico entropiche (che cioè legano risorse umane invece di liberarle), ma è ancor più indice di un’idea di uomo che ha raggiunto i suoi limiti estremi, divenendo sterile e oppressiva. Sulla vita nascente e giovane si scarica oggi il peso definitivo di quell’individualismo moderno la cui ideologia non consiste innanzitutto nell’idea dell’individuo separato – che ne è piuttosto conseguenza – ma nell’idea dell’identità individuale che non deve nulla a nessuno, come se uno nascesse da se stesso e non fosse responsabile che nei confronti di se stesso.

Un self-made man in senso radicale, che oggi rivive nelle forme dell’autodeterminazione radicale nei confronti della vita e della morte, dell’identità sessuale e delle relazioni affettive, della stessa configurazione genetica nelle prospettive del post-umanesimo, eccetera, presentate come forme di grande innovazione libertaria, mentre costituiscono solo un’esasperata continuazione di un’idea antropologica consunta, giunta alla fase estrema del narcisismo o, come qualcuno dice, del "nar-cinismo".

L’idea individualista vive dell’ipotesi di un autopossesso irreale, che prescinde da quella relazione generativa che è anche struttura e condizione permanente per cui l’umano possa apparire, crescere, prender forma e trasmettersi a sua volta. Così nell’idolatria o nella trascuratezza della condizione giovanile, cioè nell’incapacità di curare e promuovere veramente tutti i luoghi genetici delle risorse umane del Paese (matrimonio e famiglia, nascita ed equilibrio demografico, educazione e formazione, scuola e università, arti liberali e alta cultura) si esprime al peggio una concezione che non vede nelle forme generative dell’umano il contenuto più prezioso della tradizione nazionale, della vita sociale, del lavoro politico.

La condizione giovanile aiuta a capire, dunque, che oggi, dentro i molti problemi sociali e istituzionali, è in gioco un intero paradigma antropologico: quello che la modernità ci ha consegnato con l’individualismo, la cui legge è l’auto-conservazione, ed eventualmente – purché sia "auto" – anche l’auto-distruzione; e quello alternativo, il paradigma dell’identità generativa, la cui legge è la relazione feconda di umanità (e, perciò, anche di figli e di opere), che ha il senso della provenienza e guarda avanti, perché sa che la vita si conserva solo trasmettendosi, generando e rigenerando l’umano in tutte le sue dimensioni.

Troppi segni ci dicono che noi non siamo ancora pronti per un convinto passaggio a una nuova sensibilità antropologica, ma la storia delle cose e quella degli uomini renderà sempre più manifesto che questa è l’unica via di uscita dalla "gabbia di ferro" di un mondo sempre più organizzato, ma sempre meno partecipe.

Francesco Botturi

Grave preoccupazione e un'attesa chiarezza necessaria

Nota del Direttore del quotidiano Avvenire.....(tratto da: www.avvenire.it del 18 gennaio 2011)

Non so come si concluderà l’indagine milanese a carico del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma so che i reati che avrebbe commesso secondo i pubblici ministeri sono molto pesanti: «concussione» e «prostituzione minorile». E so che se sul piano delle possibili conseguenze penali il primo reato ipotizzato – la concussione – è il più grave, il secondo reato – la prostituzione minorile – sul piano della valutazione morale è addirittura insopportabile. I lettori di Avvenire, del resto, conoscono bene le nostre battaglie contro l’infame industria della prostituzione, contro la pedofilia in tutte le sue forme comprese quelle mercenarie, contro le lusinghe e le violenze tese a indurre qualunque persona – soprattutto le più piccole e le più fragili – a fare mercato del proprio corpo.
 
Altri, negli anni, hanno accusato questo giornale e il mondo cattolico italiano, a causa della chiarezza delle opinioni espresse in proposito, di essere i megafoni di un «moralismo» vecchio e superato. Hanno degnato di superiore condiscendenza la nostra incapacità di capire che, nel mondo evoluto di oggi, il «mestiere più antico del mondo» è ormai una «professione» come un’altra, meritevole della mutua, della partita Iva, di riconoscimento sociale e, persino, di ruolo politico.
 
Oggi alcuni di questi altri mostrano di aver cambiato parere e di nutrire un nuovo e vibrante sdegno per i casi (da provare) di prostituzione e di prostituzione minorile che riguarderebbero l’attuale capo del governo. Loro hanno cambiato parere, noi no. Il metro con il quale misuriamo fatti e problemi è sempre lo stesso, e anche solo l’idea che un uomo che siede al vertice delle istituzioni dello Stato sia implicato in storie di prostituzione e, peggio ancora, di prostituzione minorile ferisce e sconvolge. Eppure, oggi, nessuno può dire come si concluderà l’indagine milanese sul presidente del Consiglio. Io so che è arrivata, come un terribile tornado, all’indomani della sentenza della Corte costituzionale che ha in parte corretto e affievolito la normativa sul legittimo impedimento (il mini-scudo posto a tutela dell’attività di un uomo di governo sottoposto a iniziative giudiziarie).

Ma soprattutto so che, ancora come un devastante tornado, s’è abbattuta non soltanto sul principale leader politico italiano e su un gruppo di suoi amici e amiche e conoscenti, ma sull’immagine internazionale del nostro Paese, sui discorsi tra genitori e figli, tra colleghi, persino tra passanti. So che questa indagine, questa articolata ipotesi d’accusa col suo corredo di nomi esotici e di intercettazioni piccanti, è esplosa fuori dal forno dov’era stata cucinata riportando sul tavolo – e non solo quello delle istituzioni, ma anche quello da pranzo delle famiglie italiane – il fumo più che mai tossico della guerra tra settori del mondo delle toghe e settori del mondo della politica e un immangiabile 'piatto forte' a base di potere, sesso e soldi.

So, poi, un’altra cosa molto importante. Tutto questo poteva non accadere. Questa escalation – il passaggio del presidente del Consiglio da possibile «parte lesa» a indagato principe nel fascicolo dedicato al cosiddetto caso Ruby – poteva non essere sotto i nostri occhi e al primo posto nei nostri discorsi in un momento in cui su ben altro ci si dovrebbe concentrare per il bene del Paese. Si può legittimamente argomentare sul motore di questo ennesimo e increscioso affondo giudiziario contro Berlusconi, ci si può persino interrogare sulle straordinarie energie investigative investite in questa vicenda da strutture centrali di polizia e dalla procura milanese.
 
Ma ci si deve interrogare, credo, anche e soprattutto su altro. «In qualunque campo, quando si ricoprono incarichi di visibilità, il contegno è indivisibile dal ruolo», annotò con preoccupazione lo scorso 27 settembre il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. Quella sua preoccupazione era ed è sentita da tanti. E in questi anni questo giornale ha ripetutamente ricordato a tutti – premier in primo luogo – che per servire degnamente nella sfera pubblica bisogna sapersi dare, e tener cara, una misura di sobrietà e di rispetto per se stessi, per ogni altro e per il ruolo che si ricopre. Io non so, insomma, come si concluderà l’indagine milanese a carico del presidente Berlusconi. Ma so che deve concludersi presto.

A noi italiani, a tutti noi, comunque la pensiamo e comunque votiamo, è dovuto almeno questo: un’uscita rapida da questo irrespirabile polverone. E ognuno deve fare per intero la propria parte perché questo avvenga con tutta l’indispensabile pulizia agli occhi dell’Italia e del mondo.

Marco Tarquinio